CREACTIVITAS

26 maggio 2013

PULSE ON CAMPUS #URBAN MOOD: REINVENTARE E PROMUOVERE LO SPAZIO URBANO ATTRAVERSO IL VEICOLO DEI MEDIA

Il nuovo ospite, all’interno dell’evento Pulse On Campus #Urban Mood, è stato Carlo Infante, founder di Performing Media, che ha presentato il suo Urban Experience, un ambito di progettazione culturale per giocare le città attraverso la creatività sociale delle reti: per reinventare spazio pubblico tra web e territorio.

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L’incontro, tenutosi lo scorso mercoledì 8 maggio nella facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell’Università di Salerno, è stato presentato dai ragazzi di Creactivitas, il Laboratorio di Economia Creativa dell’Università degli Studi di Salerno, e moderato dal prof. Fabio Borghese.

In un’epoca moderna così devotamente volta al cambiamento e all’abbandono delle desuete tradizioni a favore di una tecnologia immediata, Carlo Infante è riuscito a conciliare presente e passato, traghettando così l’eredità culturale del nostro paese verso il futuro.

Prima di parlarci di una lunga serie di incontri itineranti in giro per l’Italia, Infante ha presentato Urban Experience, un’associazione nata a Roma nel 2009, ma già attiva dalle Olimpiadi invernali di Torino 2006, che mira a promuovere il recupero degli spazi urbani attraverso il veicolo dei media, creando “un’esperienza reale in una dimensione virtuale”. Alla base quindi del lavoro di Infante c’è la cosiddetta ‘filosofia del “placemaking” che ha a cuore il recupero di luoghi dimenticati e la creazione di nuove opportunità di crescita urbana.
Uno degli esempi più lampanti e diretti, fornitici dal nostro ospite, di questa visione urbana innovativa, è quello di Geoblog, una sorta di mappa interattiva che mantiene la memoria geografica, storica ed esperienziale di una città. Combinando il concetto di mappatura dei luoghi di Google Maps e la funzionalità ‘tagging’ delle foto di Instagram, Geoblog crea itinerari dell’attività urbana, permettendo agli utenti registrati di accedere alla mappa e di inserire foto, video, audio, report e molto altro ancora. Si viene a formare così un vero e proprio ‘diario urbano’ all’interno del quale si possono ritrovare frammenti e ricordi di un passato che altrimenti andrebbe perduto: “Geoblog è una piattaforma che permette di scrivere  storie nella geografie”.

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La particolarità di questo incontro è stata caratterizzata dalla modalità di approccio “laboratoriale” proposta che ha generato una  intensa  interazione  tra studenti e relatore: Carlo Infante ci ha guidato in un percorso di esplorazione nelle nuove frontiere della rete, in particolare quelle che consentono agli utenti, e non solo, di raccontare le loro storie a mezzo del web. Ed è stato esattamente quello che abbiamo fatto nella giornata dell’8 maggio! Il nostro incontro con Carlo Infante è stato raccontato,in real time, attraverso il social media Storify, un’ interessantissima piattaforma, di editing  e di aggregazione di contenuti, che il nostro team ha già deciso di utilizzare per creare dei veri e propri storytelling per i prossimi incontri targati Creactivitas L’accesso a questa piattaforma può essere fatto attraverso il proprio account facebook, o twitter. Collegando ad esempio l’account twitter, e utilizzando i relativi hashtags, si possono caricare contenuti audio, video, foto, testi, e creare,come dice Infante, un vero e proprio “diario connettivo”.

L’utilizzo intelligente e soprattutto creativo della tecnologia è alla base del rivoluzionario concetto di Urban Experience. L’incontro con Carlo Infante ha generato suggestioni e stimoli molto importanti per la crescita del nostro percorso.

Ringraziando calorosamente il nostro ospite, stay tuned per i prossimi appuntamenti!

 Urban Experience on Twitter

Carolina Bonito

Foto: Maria Rossella Scarpa

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29 marzo 2013

CREACTIVITAS PRESENTA: #DeRevMood, L’OFFICINA DELLE RIVOLUZIONI

Creactivitas, in collaborazione con il centro ICT dell’Università degli Studi di Salerno,  presenta, all’interno del maxi evento PULSE ON CAMPUS, il #DeRevLab, L’Officina delle Rivoluzioni – Laboratorio live per progetti di innovazione economico-sociale. 

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23 marzo 2013

#Disneymood – PARCHI A TEMA, FABBRICHE DI ESPERIENZA: DAGLI ANTICHI GIARDINI AL MONDO DISNEY

I parchi a tema sono, ormai, una realtà consolidata della nostra società e sono un importantissimo punto di riferimento e di continua esplicitazione dei concetti essenziali del marketing esperienziale. Il Prof. Borghese ci racconta il perché e compie un excursus sui parchi tematici: dai giardini pubblici fino alle innovazioni disneyane.

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Gli antenati dei parchi a tema sono da sempre i grandi giardini francesi e inglesi, che vennero aperti al pubblico a partire dal 1500, e volevano coniugare il divertimento al contatto diretto con la natura.
Il sistema si è poi evoluto con le prime Grandi Esposizioni Universali, cui scopo era quello di mettere in uno stesso spazio gli esempi di progresso ottenuto in tutte le discipline sempre in un contesto all’aperto e a contatto con la natura. Delle Esposizioni Universali ce ne parla anche il grande sociologo Georg Simmel nel suo trattato Estetica e Sociologia, in cui Simmel espone anche i primi strumenti fondamentali per il marketing esperienziale. Potete leggerne un passo cliccando sulle immagini sottostanti.

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Il divertimento e l’intrattenimento sono comunque gli assi (im)portanti di questo modello di marketing. La città assume un ruolo centrale e diventa contenitore di ciò che il mondo può offrire in un determinato momento storico. Altre realtà di questo tipo sono, ad esempio, il Tivoli di Copenhagenche nasce a fine ‘800 e ha come concetto fondamentale – di nuovo – l’ibridazione tra divertimento e natura. La vera svolta è nel 1903 a Coney Island, nello stato di New York, quando nasce il primo Luna Park grazie a Frederic Thompson ed Elmer Dundy che erano stati gli inventori dell’attrazione A trip to the moon. Il parco venne “offerto” ai due soci da Harry George Tilyou – proprietario dello Steeplechase Park – e venne chiamato Luna Park in onore della sorella di Dundy, che si chiamava proprio Luna.

In quanto a innovazione, Walt Disney è stato uno dei maestri, motivo per cui non poteva farsi scappare l’opportunità così succosa di creare uno spazio nel quale riprodurre un mondo tutto ispirato ai film della sua casa cinematografica. L’idea di Disneyland prende forma già nel 1952 e in tre anni il sogno di Walt diviene realtà. É il 17 luglio 1955 quando il primo Disneyland viene aperto al pubblico ad Anaheim in California, ed è subito un gran successo che coinvolge più di 50.000 persone, tanto che tutto l’evento è trasmesso in diretta TV. I parchi Disney diventano una vera e propria forma di spazialità dell’immaginazione, soprattutto perché si traduce in reale tutto il mondo animato della Disney. E i numeri parlano da sé: nel 2012 i parchi a tema hanno ospitato 233 milioni di persone, il 43% di queste si è recato in un parco Disney che detiene ormai il monopolio da questo punto di vista. Il parco a tema diventa un’esperienza che colpisce il pubblico a livello emozionale e lo coinvolge direttamente, sfruttandone ogni tipo di sensazione e generando dei ricordi. L’esperienza diventa, dunque, il principale generatore del valore e il tempo libero è ormai considerato un vero e proprio fenomeno economico.

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20 marzo 2013

#DisneyMood – ANIMAZIONE E (RI)ANIMAZIONE: DAL FENACHISTOSCOPIO ALLA PIXAR, PASSANDO PER UN’INEVITABILE BIANCANEVE

Francesco Colace, docente di Informatica presso la facoltà di Lingue, ama la contaminazione. Da Fisciano a Napoli. Dalla laurea, alle ricerche pioneristiche sulla motion picture svolte in uno scantinato, manco fossimo nella Silicon Valley! Poi di nuovo Fisciano: destination Unisa!

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Il quinto seminario targato #Disneymood, intitolato “Dalla Bianca Neve a tutto il resto: breve storia dell’animazione e dei suoi effetti (speciali)” e presentato come un seminario “stupefacente”, ha preso il via con il professore Francesco Colace al timone – Donald per l’occasione, in omaggio a Paperino (Donald Duck in inglese) – che ha ricordato agli studenti il senso della visione, e ancora di più cosa intendiamo quando parliamo di “persistenza della visione”.  L’animazione prende le mosse da qui, dal passo uno che diventa fluido scorrere dell’immagine.

La visione, ci spiega Donald Colace, è risultato di un processo molto complesso e ancora non del tutto chiaro che coinvolge la meccanica del nostro occhio e diverse aree del nostro cervello. Ad essere attivato, durante il processo della visione, sono dei meccanismi di attenzione visiva cui lo spettatore è sottoposto (tipiche in tal senso sono le ricerche di mercato per le pubblicità) e che rispondono a proprietà intrinseche quali: colore, orientazione, movimento, profondità, volti, oggetti e così via.

L’animazione gioca sull’illusione ottica del movimento che è a tutti gli effetti un movimento apparente e fa leva, come detto, sulla cosiddetta “persistenza della visione”: ogni immagine rimane infatti impressa sulla retina per un certo, limitato periodo di tempo.

Le origini dell’animazione come la conosciamo oggi vanno fatte risalire, oltre che alle ombre e alle animazioni pittoriche, appannaggio dell’umanità sin dalla notte dei tempi, all’invenzione della Lanterna Magica, alla quale giunse il gesuita Athanasius Kircher nel lontano 1671. Questo strumento, fondamentale ai fini dell’invenzione|innovazione cinematografica tout court, è da considerarsi il primo proiettore di immagini fisse della storia.

A seguire, nei successi due secoli, arrivarono:

  • Il taumatropio: la prima illusione animata, nel 1824.
  • Il fenachistoscopio: inventato nel 1831, fu uno strumento ottico di fondamentale importanza per visualizzare immagini animate. Creato dal fisico Joseph Plateau ma portato alla ribalta senz’altro da tale Fabio Calabrò che vi ha dedicato una canzoncina davvero brillante: http://www.youtube.com/watch?v=59IW5Qy3YtQ
  • Il cineografo, 1868.
  • Il teatro ottico, 1889.
  • Il cinetoscopio, nel 1888.
  • Quindi il cinematografo dei fratelli Lumière, nel 1895, che diede ufficialmente il via al Cinema come lo conosciamo.

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20 marzo 2013

#DisneyMood – LE EROINE DISNEY: UN PERCORSO LUNGO 75 ANNI

“Una lettura eccentrica tra eroine e principesse” .  Così la professoressa Pelizzari definisce il suo seminario, incentrato sull’evoluzione dei personaggi femminili Disney, e al cambiamento della figura maschile in rapporto alla donna. L’analisi svolta dalla prof.ssa Maria Rosaria Pelizzari è partita dal primo classico Disney del 1937, Biancaneve, fino ad arrivare al 2012, con Brave-Ribelle.

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Le Principesse Disney sono, ormai, “la gallina dalle uova d’oro” del brand. Non a caso, il franchise delle Principesse si è consolidato a tal punto da comprendere al suo interno, oltre al classico film d’animazione, anche numerosi prodotti legati al loro mondo.

“Ma procediamo con ordine!”, suggerisce la prof.ssa.

Il primo classico d’animazione Disney risale al 1937, ed ha per protagonista Biancaneve. Storicamente gli americani avevano da poco eletto il nuovo presidente Roosevelt, e il suo New Deal, simbolo di speranza che si riflette, chiaramente, anche al cinema. Biancaneve, infatti, rappresenta il sogno del ceto medio: ovvero, quello della ‘regina del focolare’ e della ‘mogliettina semplice e carina’. La donna di fine anni ’30 doveva avere un ruolo ben definito in casa: particolarità che si esplicita in Biancaneve nella scena in cui lei arriva a casa dei nanetti e comincia subito a rassettare.

Molti punti in comune con Biancaneve, li ritroviamo nel successivo film del 1950, Cenerentola. Entrambe sono orfane di madre e hanno un rapporto ostile con la matrigna, sembrano soccombere alla loro cattiveria, ma, nonostante il loro essere l’emblema della suddetta ‘regina del focolare’, conservano una fermezza e una forza d’animo tale da far sì che vincano il male.

Ci ritroviamo così nel 1959, anno di uscita de La bella addormentata nel bosco. La principessa Aurora, ha in comune con Cenerentola l’elemento della ‘disobbedienza’; Cenerentola disobbedisce all’ordine di non uscire di casa, impostole dalla matrigna, mentre Aurora disobbedisce alla regola di non parlare con gli sconosciuti. Ed è così che incontra (o meglio re-incontra) Filippo. Ecco che compare la figura di un principe che ‘agisce’. Nei precedenti classici, il principe compiva solo il gesto di ‘salvare’ la sua bella con un bacio, o per meglio dire, con l’amore che rompe ogni maleficio. Per La bella addormentata nel bosco, è diverso. Il principe Filippo, sottolinea la prof.ssa Pelizzari, sfida il male combattendo fisicamente contro la strega Malefica, e arriva a salvare non solo la bella Aurora, ma tutto l’intero regno che era caduto sotto il tremendo incantesimo che ha portato tutti a dormire per 100 lunghissimi anni.

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